Luigi Pirandello – Così è se vi pare

Il dramma racchiude già nel titolo la problematica che Pirandello affronta: l’impossibilità di avere una visione unica e certa della realtà.

Può essere considerato come un dramma che segna il passaggio dalla precedente produzione teatrale pirandelliana, ancora tradizionale, a quella successiva, imperniata sul metateatro e sulla completa disgregazione del personaggio. Qui, infatti, assistiamo ancora a una rappresentazione apparentemente tradizionale, in cui la chiave della storia sembra possa trovarsi assieme alla soluzione del mistero. Ma, giunti alla fine, scopriamo che non è così: il relativismo conoscitivo pirandelliano sta prendendo il sopravvento e sta occupando la scena non solo come componente tematica ma anche in modo più profondo e strutturale. La vicenda irrisolta dei tre personaggi, dei quali non sapremo mai la vera natura, è già una presa di posizione sul fatto che non c’è un’unica e definitiva soluzione della vicenda rappresentata: ognuno può scegliere quella che preferisce, in ogni caso la verità è inattingibile.

Luigi Pirandello – Sei personaggi in cerca d’autore

L’opera, per volontà dello stesso autore, è la prima trilogia del “teatro nel teatro”. Il titolo richiama il tema caro a Pirandello dell’autonomia dei personaggi dall’autore. Il dramma è scritto e portato sulla scena nel 1921, per la prima volta a Roma al teatro Valle, dove suscita critiche e, cinque mesi dopo, al teatro Manzoni di Milano, dove è invece apprezzato in modo unanime. Seguono ritocchi e varianti, soprattutto nel 1923, in occasione della messa in scena dell’opera a Parigi da parte del grande regista francese Georges Pitoeff, che fa comparire sulla scena i sei personaggi calandoli dall’alto. L’edizione definitiva è del 1925 e contiene, oltre a una Prefazione, alcune modifiche specialmente nel finale.

La struttura dell’opera è piuttosto complessa, specchio di una verità inconoscibile. Nella vicenda possono essere individuati quattro piani che s’intrecciano:

  1. i fatti accaduti: la storia di una famiglia borghese, con un matrimonio fallito, il tentativo della Madre di ricostruirsi una famiglia, il mancato incesto;
  2. il rapporto fra personaggi e autore: creati senza definire la loro parte, essi sono come fantasmi vaganti alla ricerca di una forma che dia loro una consistenza;
  3. le interpretazioni dei personaggi stessi: ciascuno ha il proprio dramma e la propria verità che non coincide con quella degli altri;
  4. il conflitto fra personaggi e attori: i primi non accettano le interpretazioni dei secondi perché la vita non può essere rappresentata dall’arte, che la deforma e la rende inautentica.

Nella “commedia da fare” si trovano i temi dell’incesto, della famiglia come trappola, del rimorso del Padre, della vendetta della Figliastra; ma a questi temi se ne sovrappone un altro più importante, di cui parla Pirandello stesso nella Prefazione del 1925 presentando con l’espressione “i travagli del mio spirito”. Questi tormenti sono dunque i principali motivi ispiratori: l’inganno della comprensione reciproca, fondato sulla vuota astrazione delle parole; la molteplice personalità d’ognuno, secondo tutte le possibilità d’essere che si trovano in ciascuno di noi; il tragico conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia, e la forma che la fissa.

Pirandello supera il teatro borghese ottocentesco, basato sulla rappresentazione realistica di problematiche di natura sociale: porta sulla scena il conflitto fra attori e personaggi e l’incapacità dell’arte a cogliere la vita; la scena rimane sempre aperta, vuota, priva di finzioni, non più separata dagli altri spazi teatrali. Non c’è più la suddivisione netta in atti e scene. La tecnica del teatro nel teatro consiste nel far recitare sulla scena, durante la rappresentazione di un dramma, un altro dramma, che si configura come discussione sul dramma stesso: l’impossibilità del teatro di conoscere la vita, di dare un senso universale e di riprodurre.

A questa nuova concezione del teatro si affianca una rivoluzione: le didascalie sono vere e proprie note di regia. L’effetto della “commedia da fare” è ottenuto presentando la scena senza sipario, dove gli attori si preparano a provare una precedente e già nota commedia pirandelliana; il capocomico dà le sue indicazioni, il suggeritore è sotto gli occhi di tutti col copione aperto: il teatro viene “denudato”. A un tratto, non dalle quinte ma dalla sala, attraverso una scala laterale, si presentano sul palcoscenico prima l’usciere e dietro di lui i sei personaggi. Per mezzo di questo espediente, che si chiama “sfondamento della quarta parete”, lo spettatore si rende conto che i personaggi non sono creature “teatrali”, ma vengono, per così dire, da un’altra dimensione, e ne prova sorpresa e disagio. Sul palcoscenico i sei personaggi, cui Pirandello non assegna un nome proprio, limitandosi a chiamarli in modo generico provano a interpretare una scena che rappresenta un episodio da loro vissuto, ma entrano in conflitto con gli attori, mostrando reciproca insofferenza e disappunto. E’ l’espressione più completa dell’impossibilità di rappresentare in modo univoco e oggettivo la realtà: ogni personaggio presenta la propria “verità” e gli attori, da parte loro, non riescono a calarsi completamente nel dramma dei personaggi, poiché lo vivono solo dall’esterno. In tal modo Pirandello ripropone ancora una volta il contrasto tra vita e forma: i personaggi rappresentano la vita che rompe gli argini che vogliono imbrigliarla; gli attori rappresentano la forma che cristallizza la vita e la falsifica.

La rivoluzione teatrale di Pirandello

  1. I personaggi: figure che nel teatro naturalista sono rigorosamente nascoste allo spettatore, per non turbare l’illusione scenica, diventano personaggi dell’opera, colti nel momento stesso in cui svolgono il loro mestiere. La rappresentazione teatrale si svela così nei suoi aspetti tecnici.
  2. Sfondamento della quarta parete: Pirandello rifiuta la separazione tradizionale tra spazio scenico e spazio reale; i personaggi salgono sul palcoscenico dalla platea. Lo spazio riservato alla rappresentazione scenica invade quello tradizionalmente riservato agli spettatori.
  3. I personaggi: è da notare la scelta originale di Pirandello di non attribuire un nome ai personaggi per sottolineare che essi, nati dalla fantasia di un autore, non hanno ancora preso vita in un’opera d’arte.
  4. Lo spazio: poiché oggetto del dramma è una rappresentazione teatrale, non si finge, attraverso la scenografia, di essere in un luogo diverso da quello in cui si trova. Il palcoscenico si mostra per quello che è, il luogo della finzione scenica, e all’occhio dello spettatore sono rivelati spazi che il dramma naturalista si impegna a nascondere.
  5. Il teatro riflette su se stesso, sulle caratteristiche della rappresentazione scenica, e anche sulla natura della creazione e dell’opera d’arte.

Giuseppe Ungaretti – La vita

Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto il 10 febbraio 1888 da emigrati italiani provenienti dalla provincia di Lucca. A soli due anni perde il padre, morto in un incidente sul lavoro durante la costruzione del canale di Suez. Grazie all’impegno della madre, frequenta la scuola superiore ad Alessandria e gli ambienti dei fuoriusciti anarchici. Da giovane traduce i testi dello scrittore statunitense Edgar Allan Poe e inizia a collaborare con la rivista fiorentina “La Voce” in qualità di corrispondente dall’Egitto. Nel 1912 fa il suo primo viaggio in Italia, dove conosce gli intellettuali che lavorano alla rivista, in particolare Pietro Jahier e Giuseppe Prezzolini.

Trasferitosi a Parigi, nel 1912, segue i corsi universitari al Collège de France e alla Sorbona; in quegli anni approfondisce lo studio della poesia simbolista e decadente e conosce i maggiori esponenti delle Avanguardie artistiche e letterarie, che lo invitano a collaborare alla rivista “Lacerba”, sulla quale pubblica le sue prime poesie.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Ungaretti si schiera con il fronte interventista, probabilmente in segno di appartenenza all’Italia, la patria dalla quale è rimasto lontano per tanti anni. Si trasferisce a Milano e poco dopo si arruola come volontario andando a combattere sull’altopiano del Corso e sul fronte francese. Si rende presto conto, però, dell’assurdità della guerra e delle illusioni ingenerare negli uomini per giustificare la partecipazione al conflitto.

Finita la guerra, si stabilisce a Parigi e comincia a lavorare come corrispondente per il giornale “Popolo d’Italia”, fondato da Benito Mussolini. Nel 1921 torna in Italia con la moglie, Jeanne Dupoix, che ha sposato l’anno precedente; si apre per lui un periodo molto importante, segnato dai primi riconoscimenti ufficiali, dalla nascita dei figli Anna Maria e Antonietta e dalla crisi al cattolicesimo che lo porta alla conversione religiosa. Dal 1931 al 1935 lavora per giornali e riviste italiani e francesi e tiene conferenze sulla letteratura italiana contemporanea in molti paesi europei. Nel 1936 si trasferisce in Brasile, dove rimane fino al 1942 per occupare una cattedra di lingua e letteratura italiane all’Università di San Paolo. In quegli anni muoiono il fratello del poeta e il figlio Antonietto, di soli nove anni.

Rientrato in Italia Ungaretti ottiene la cattedra di letteratura italiana all’Università di Roma. Rimasto vedovo nel 1958, continua la sua attività di poeta e traduttore. Nel 1969 viene pubblicata la raccolta completa delle sue liriche. Muore a Milano nel 1970.

Giuseppe Ungaretti – Sentimento del tempo

Pubblicata per la prima volta nel 1933 e con l’aggiunta di alcune liriche nel 1936, la raccolta appare nel 1943 nella sua struttura definitiva, divisa in sette sezioni. Al centro di questa produzione c’è “l’uomo in pena”, come lo stesso Ungaretti definisce se stesso, sperduto di fronte al mistero dell’esistenza. Le liriche, complesse e non sempre di facile interpretazione, sono meditazioni su temi vari come il trascorrere del tempo, la morte, la memoria. Con l’emergere di una nuova dimensione religiosa il poeta abbandona il carattere autobiografico per avventurarsi in riflessioni profonde, ispirate alla ricerca del senso universale dell’esistenza, rende attraverso la riproposizione di mit classici, considerati depositari di una verità sempre attuale. Egli rappresenta l’uomo che combatte contro i propri limiti, cercando di superare attraverso la fede, delineando un cammino verso Dio non privo di difficoltà e di incrinature: la tensione verspo il divino si scontra, infatti, con l’esistenza del dolore e del male. Da qui il tono sofferto di molte liriche, che testimoniano il travaglio interiore del poeta diviso tra l’aspirazione all’eternità e la coscienza del limite umano.

Al più elevato spessore delle tematiche, corrisponde una nuova complessità del lessico, della metrica e della sintassi. Il recupero dei modelli della tradizione lirica italiana si accompagna all’interesse per gli autori e la poetica barocchi. Le principali caratteristiche di stile di questa raccolta sono:

  • la predominanza di periodi ampi e articolati, scanditi da una punteggiatura accurata;
  • il linguaggio a tratti aulico, elevato e prezioso, più vicino a quello della tradizione letteraria;
  • i contenuti che si traducono in immagini originali, talvolta complesse e rese anche oscure dalla ricerca di analogie, cui si accompagna un sistematico ricorso alle figure retoriche, soprattutto la metafora.

Dal lavoro d’ufficio al telelavoro

La figura dell’impiegato

In età moderna, una serie di mutamenti politici, economici e sociali portano alla nascita di nuovi settori lavorativi e di specifiche figure professionali che vengono complessivamente indicate con il nome di “impiegati”. Si tratta di coloro che praticano lavori d’ufficio alle dipendenze di un datore di lavoro, che può essere pubblico oppure privato. Inizialmente, i principali rappresentanti di questa categoria sono:

  • i copisti che hanno il compito di trascrivere a mano contratti e documenti ufficiali;
  • i contabili: antenati dei moderni ragionieri;
  • i funzionari della pubblica amministrazione.

Nel settore pubblico, la comparsa degli impiegati è connessa alla formazione degli Stati moderni, dotati di apparati burocratici sempre più complessi ed efficienti. In quello privato, invece, la classe impiegatizia fa la comparsa, alla fine del XVIII secolo, nei paesi investiti dalla rivoluzione industriale: con la diffusione del capitalismo e il moltiplicarsi di imprese commerciali e di società per azioni, diviene infatti necessario ricorrere a contabili e copisti per la gestione di una crescente mole di affari. Nella seconda metà dell’Ottocento, lo sviluppo tecnologico verificatosi nel corso della seconda rivoluzione industriale determina la nascita di nuove figure, come i telegrafisti e i telefonisti.

Pubblico e privato

Rispetto all’occupazione nei campi o in fabbrica, che almeno fino alla seconda metà del Novecento non richiede particolari specializzazioni, per svolgere il lavoro d’ufficio è necessario saper leggere e scrivere. Gli impiegati provengono quindi, in grande maggioranza, dalla piccola e media borghesia cittadina. La maggior parte lavora nella pubblica amministrazione, tranne in paesi come l’Inghilterra e negli Stati Uniti, dove il settore privato è particolarmente sviluppato.

Regole e limiti del lavoro d’ufficio

Anche se le condizioni lavorative degli impiegati sono sicuramente migliori di quelle dei contadini o degli operai, nell’Ottocento il lavoro d’ufficio è regolamentato in modo molto rigido. Ufficialmente la durata del turno lavorativo è di sette ore, ma i dirigenti possono pretendere un prolungamento dell’orario ed è obbligatorio lavorare il sabato e la domenica mattina; non esiste nessuna tutela sindacale e gli impiegati sono soggetti a valutazioni annuali del loro operato, che decidono in modo inappellabile le possibilità di carriera. Inoltre, a tutti coloro che lavorano nella pubblica amministrazione, viene chiesto di aderire agli orientamenti etico-politici dei governi con un giuramento di fedeltà firmato per iscritto; il documento riguarda anche la vita privata e, in particolare, l’integrità fisica e morale. Di contro, ci sono agevolazioni per i trasporti e per gli alloggi dei fuori sede e aiuti destinati alle vedove e alle vittime di particolari disagi familiari, oltre a premi per gli impiegati più produttivi.

Il lavoro femminile

Un discorso a parte va fatto per il lavoro femminile. Se oggi negli uffici lavorano persone di entrambi i sessi, nell’Ottocento il lavoro impiegatizio è riservato soltanto agli uomini; solo alcuni dipartimenti, come le Poste e telegrafi, accettano lavoratrici. La situazione cambia con la prima guerra mondiale. La grande mobilitazione di soldati e personale per il fronte libera infatti una grande quantità di posti di lavoro che sono occupati dalle donne. Se in alcuni settori, per esempio nell’industria, si tratta soltanto di una parentesi, nel mondo del pubblico impiego e del lavoro d’ufficio è l’inizio di una vera rivoluzione. Dalla fine della guerra alcune mansioni come la dattilografia, la copia di documenti, il lavoro di archivio, diventano appannaggio quasi esclusivo delle donne.

La figura dell’impiegato nella letteratura dell’Ottocento

Durante il XIX secolo anche la letteratura si interessa alla figura dell’impiegato, soprattutto in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, paesi in cui più alto è il grado di urbanizzazione e quindi più numerosi sono i lavoratori degli uffici. La narrativa ottocentesca ha raccontato soprattutto storie di anonimi impiegati, dalla vita grigia e monotona, ligi al dovere e rispettosi delle gerarchie, che lavorano in ambienti squallidi, a contatto con colleghi indifferenti o malevoli.

L’attenzione dei diversi autori si concentra, solitamente, su tre aspetti:

  • il lavoro che gli impiegati svolgono e i suoi effetti sul carattere e sulla personalità, come la smania di fare carriera o l’alienazione causata da compiti ripetitivi;
  • l’atmosfera di rigida oppressione che regna negli uffici;
  • il lato “umano” dell’attività lavorativa, in cui vengono svelati gli odi, le gelosie e gli altri sentimenti legati ai rapporti interpersonali che nascono sul posto di lavoro.

Uno dei primi a comprendere l’importanza della nuova professione di impiegato è lo scrittore francese Honoré de Balzac. Impiegati e contabili sono una presenza ricorrente anche negli scritti dell’inglese Charles Dickens. Più in generale, la narrativa ottocentesca ci ha lasciato alcune figure di impiegati talmente famose da indicare per antonomasia la professione: lo scrivano Bartleby, che nell’omonimo racconto dell’americano Herman Melville rifiuta improvvisamente, e senza alcuna spiegazione, di svolgere i compiti a lui assegnati dal datore di lavoro; i due copisti Bouvard e Pécuchet, che, nel romanzo incompiuto del francese Gustave Flaubert a loro intitolato, dopo aver tentato invano di cambiare vita sperimentando le attività più diverse, decidono di tornare al loro lavoro di copisti.

I “colletto bianchi”

Nel Novecento, con l’avvento della società di massa gli impiegati diventano figure cardine in Europa. Anche in questo settore, come nell’industria, si verifica una progressiva specializzazione: se prima è prassi comune che un impiegato svolge compiti molto diversi tra loro, durante il XX secolo i vari ruoli all’interno degli uffici iniziano a richiedere differenti competenze e a essere suddivisi in modo molto più netto. Nei decenni centrali del secolo le condizioni degli impiegati migliorano sensibilmente, tanto che l’espressione “colletti bianchi” è usata per indicare quelle categorie lavorative che svolgono attività meno usuranti e meglio retribuite rispetto agli operai. Il lavoro d’ufficio è considerato più prestigioso rispetto a quello nell’industria e nell’agricoltura e molti giovani sognano di lavorare in banca, nella pubblica amministrazione o all’interno di grandi aziende. Da un punto di vista sociale, gli impiegati si identificano sempre di più con il “ceto medio”, contrapponendosi ad altre categorie lavorative. Un episodio emblematico, che testimonia la frattura tra impiegati e movimento operaio, è la famosa “marcia dei quarantamila”, tenutasi a Torino il 14 ottobre 1980, nella quale impiegati e quadri della FIAT manifestano contro lo sciopero che gli operai portano avanti da oltre un mese per evitare licenziamenti e cassa integrazione, consentendo all’azienda di chiudere un accordo sindacale in pochi giorni.

L’Esistenzialismo

Nei primi decenni del Novecento, molte certezze della cultura positivistica sono messe in crisi. Mentre mutamenti decisivi avvengono in campo scientifico, la stessa razionalità scientifica viene sottoposta a duri attacchi. La filosofia irrazionalista di Nietzsche, la teoria dell’inconscio di Freud, l’idea di tempo come durata di Bergson, la teoria della relatività di Einstein, i tragici fatti della prima guerra mondiale spingono gli intellettuali a elaborare una nuova concezione dell’uomo e del mondo. La corrente di pensiero che meglio interpreta la nuova sensibilità è l’Esistenzialismo, un movimento filosofico sviluppato in Francia e in Germania tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Alcuni aspetti del pensiero esistenzialista sono riconducibili al nichilismo di Nietzsche, che afferma la crisi di ogni valore e nega il ruolo centrale della ragione, sostenendo che essa permette solo una conoscenza parziale del mondo e dell’individuo. Sul piano politico ciò aveva portato al rifiuto dei tradizionali valori borghesi e del liberalismo, da una parte con la diffusione del socialismo, dall’altra con la nascita di regimi totalitari. I motivi centrali dell’Esistenzialismo sono:

  • la presa di coscienza degli orrori e dei problemi sociali, politici ed economici causati dalla prima guerra mondiale;
  • il senso di insensatezza, assurdo e vuoto propri della condizione dell’uomo moderno.

Nell’Esistenzialismo si possono individuare due correnti di pensiero:

  • la prima, nota come “filosofia dell’esistenza” e attiva prevalentemente in Germania, si concentra sull’analisi della dimensione interiore dell’uomo, compresa la religione; fra i suoi esponenti ci sono i filosofi tedeschi Karl Jaspers e Martin Heidegger;
  • la seconda, che ha il suo centro in Francia, teorizza invece l’impegno politico dell’intellettuale; il suo principale esponente è il filosofo e scrittore francese Jean-Paul Sartre.

    Sartre viene influenzato dal marxismo e, dopo aver partecipato alla Resistenza francese a fianco dei partigiani, sostiene la causa comunista. Per il filosofo francese la vera natura dell’Esistenzialismo consiste nel l’accentuazione del valore della vita umana e dell’impossibilità di inquadrare in teorie scientifiche o economiche. Secondo Sartre, l’esistenza equivale alla realizzazione della propria libertà, ma, dal momento che tra l’individuo e la libertà si frappongono innumerevoli ostacoli, è compito dell’intellettuale cercare di abbattere, impegnandosi attivamente nella lotta politica.