Giorgio Caproni nasce a Livorno nel 1912. Studia a Genova e in seguito a Torino. Nel 1933 pubblica sulla rivista “Espero” la sua prima lirica, “Prima luce”, poi confluita nella raccolta “Come un’allegoria” dedicata alla memoria di una ragazza “amata e disperatamente perduta”. In seguito, si trasferisce a Pavia e quindi a Roma, ma nel 1939 è chiamato alle armi e deve tornare a Genova per combattere sul fronte occidentale contro la Francia. All’esperienza di quegli anni di guerra, e poi della Resistenza, sono dedicati rispettivamente il diario “Giorni aperti” e il racconto “Il labirinto”. Dopo la guerra, stabilitosi definitivamente a Roma con la moglie e i figli, collabora a riviste e quotidiani, fra cui “Paragone”, “l’Unità”, “Avanti!”. Comincia per Caproni anche un’intensa e notevole attività di traduttore dal francese, che lo porta a misurarsi con grandi autori come Proust e Céline. Caproni vince per due volte il premio Viareggio: nel 1952 con “Stanze della funicolare” confluite nel 1956 nel “Passaggio di Enea”; nel 1959 con “Il seme del piangere”, raccolta di liriche composte tra il 1950 e il 1958 e incentrate sul tema degli affetti. Fra le altre sue opere più significative, oltre a “Finzioni” raccolga di gusto ermetico, sono ricordati “Il passaggio di Enea”; “Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee” sul tema del viaggio e della fuga dal mondo; “Il muro della terra”, “Il franco cacciatore” e “Il conte di Kevenhuller” tre raccolte dominate da una sorta di desolata ricerca di un dio sconosciuto e silenzioso, di una risposta che dia un senso all’esistenza, al confine fra il tempo e l’eterno, fra la vita e la morte. Interessante è anche “Res amissa” il cui tema è la smarrita armonia dell’universo. Caproni muore a Roma nel 1990.

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