Eugenio Montale – Le occasioni

La raccolta comprende poesie scritte fra il 1928 e il 1939. Una prima edizione viene pubblicata presso Einaudi nel 1939 e contiene 50 poesie, a cui il poeta aggiunge altre quattro liriche nella seconda edizione del 1940. La sesta edizione, uscita nel 1949, reca la dedica “a I.B.”, iniziali di Irma Brandeis, l’ebrea americana amata dal poeta che le leggi razziali costringono a riparare in America.

L’opera si presenta con una prima poesie introduttiva cui seguono quattro sezioni senza titolo, eccetto la seconda, intitolata “Mottetti”. La prima sezione contiene 16 componimenti, in prevalenza brevi, ma alcuni di maggiore estensione, in cui il poeta si rivolge a due donne. Dominano questa sezione la dimensione memoriale, le riflessioni sul tempo che passa, che tenta di recuperare vaghe tracce di un passato ormai perduto. La seconda sezione è intitolata “Mottetti” perché le 20 brevi poesie presenti ripropongono la forma musicale propria del mottetto; vi sono elaborati i motivi dell’assenza, del distacco, della lontananza dell’amata e dell’attesa illusoria del suo ritorno. La terza sezione è costituita da un poemetto, che affronta il tema della poesia assediata dall’irrompere della violenza e dalla volgarità della storia. La quarta e ultima sezione, formata da 15 componimenti, è aperta da liriche di ampio respiro, in cui emerge il senso di inafferrabilità del ricordo dei momenti passati, ormai irripetibili.

Il titolo della raccolta allude alle “occasioni” da cui nasce la poesia: sono frammenti del passato, figure che riemergono dalla memoria, volti di donne amate, in grado di creare un contatto illusorio tra passato e presente. Sono situazioni concrete, connesse alla vita dell’autore, contingenti, anche minime, che sembrano accendere la vita di sfuggenti illuminazioni, frammenti di verità superiori che affiorano e subito svaniscono. L’occasione, però, può rivelarsi una delusione, spesso legata alla presa di coscienza che il trascorrere inesorabile del tempo annienta il passato e rivela l’essenza metafisica delle cose, che sta oltre il dato sensibile e che rappresenta la verità.

Da qui il desiderio del poeta di uscire dal tunnel tenebroso del presente e dal “non essere”, di abbattere la barriera della solitudine, di trovare il “varco”, la possibile salvezza, rappresenta molto spesso dalle figure femminili. Ma la speranza di un miracolo svanisce sempre più ed ecco certi sprazzi di dolorosa tristezza e un senso amaro di smarrimento e di angoscia di fronte alla disarmonia e al dolore esistenziale, che prelude alla “bufera” della guerra. La ricerca del “varco” è spesso legata alla figura di Clizia che, interlocutrice lontana, presente solo nel ricordo, nel corso della raccolta, si trasforma in donna angelo che soccorre il poeta di fronte alla tragedia della guerra imminente.

L’attenzione di Montale non è più rivolta alla riflessione sulla condizione esistenziale, ma alla natura metafisica degli oggetti. Sono solo gli oggetti che, attraverso il loro significato simbolico, permettono di comprendere lo stato d’animo del poeta e illuminano l’occasione, non esplicitata, che ha fatto nascere la poesia. Questo si riflette anche in una diversità strutturale dei singoli componimenti.

Il ricorso all’analogia accentua il carattere oscuro di alcuni componimenti che possono essere accostati alla contemporanea esperienza del gruppo fiorentino dei poeti ermetici.

La difficoltà di lettura si traduce, sul piano formale, in una nuova densità e concentrazione espressive. Il linguaggio colloquiale lascia il posto a uno stile più complesso: è evidente il modello dantesco nell’uso di una poesia allegorica. Da un punto di vista metrico si assiste al predominio dell’endecasillabo e del settenario, coerentemente con l’impronta classicista nel recupero della tradizione letteraria italiana.

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