La figura dell’impiegato

In età moderna, una serie di mutamenti politici, economici e sociali portano alla nascita di nuovi settori lavorativi e di specifiche figure professionali che vengono complessivamente indicate con il nome di “impiegati”. Si tratta di coloro che praticano lavori d’ufficio alle dipendenze di un datore di lavoro, che può essere pubblico oppure privato. Inizialmente, i principali rappresentanti di questa categoria sono:

  • i copisti che hanno il compito di trascrivere a mano contratti e documenti ufficiali;
  • i contabili: antenati dei moderni ragionieri;
  • i funzionari della pubblica amministrazione.

Nel settore pubblico, la comparsa degli impiegati è connessa alla formazione degli Stati moderni, dotati di apparati burocratici sempre più complessi ed efficienti. In quello privato, invece, la classe impiegatizia fa la comparsa, alla fine del XVIII secolo, nei paesi investiti dalla rivoluzione industriale: con la diffusione del capitalismo e il moltiplicarsi di imprese commerciali e di società per azioni, diviene infatti necessario ricorrere a contabili e copisti per la gestione di una crescente mole di affari. Nella seconda metà dell’Ottocento, lo sviluppo tecnologico verificatosi nel corso della seconda rivoluzione industriale determina la nascita di nuove figure, come i telegrafisti e i telefonisti.

Pubblico e privato

Rispetto all’occupazione nei campi o in fabbrica, che almeno fino alla seconda metà del Novecento non richiede particolari specializzazioni, per svolgere il lavoro d’ufficio è necessario saper leggere e scrivere. Gli impiegati provengono quindi, in grande maggioranza, dalla piccola e media borghesia cittadina. La maggior parte lavora nella pubblica amministrazione, tranne in paesi come l’Inghilterra e negli Stati Uniti, dove il settore privato è particolarmente sviluppato.

Regole e limiti del lavoro d’ufficio

Anche se le condizioni lavorative degli impiegati sono sicuramente migliori di quelle dei contadini o degli operai, nell’Ottocento il lavoro d’ufficio è regolamentato in modo molto rigido. Ufficialmente la durata del turno lavorativo è di sette ore, ma i dirigenti possono pretendere un prolungamento dell’orario ed è obbligatorio lavorare il sabato e la domenica mattina; non esiste nessuna tutela sindacale e gli impiegati sono soggetti a valutazioni annuali del loro operato, che decidono in modo inappellabile le possibilità di carriera. Inoltre, a tutti coloro che lavorano nella pubblica amministrazione, viene chiesto di aderire agli orientamenti etico-politici dei governi con un giuramento di fedeltà firmato per iscritto; il documento riguarda anche la vita privata e, in particolare, l’integrità fisica e morale. Di contro, ci sono agevolazioni per i trasporti e per gli alloggi dei fuori sede e aiuti destinati alle vedove e alle vittime di particolari disagi familiari, oltre a premi per gli impiegati più produttivi.

Il lavoro femminile

Un discorso a parte va fatto per il lavoro femminile. Se oggi negli uffici lavorano persone di entrambi i sessi, nell’Ottocento il lavoro impiegatizio è riservato soltanto agli uomini; solo alcuni dipartimenti, come le Poste e telegrafi, accettano lavoratrici. La situazione cambia con la prima guerra mondiale. La grande mobilitazione di soldati e personale per il fronte libera infatti una grande quantità di posti di lavoro che sono occupati dalle donne. Se in alcuni settori, per esempio nell’industria, si tratta soltanto di una parentesi, nel mondo del pubblico impiego e del lavoro d’ufficio è l’inizio di una vera rivoluzione. Dalla fine della guerra alcune mansioni come la dattilografia, la copia di documenti, il lavoro di archivio, diventano appannaggio quasi esclusivo delle donne.

La figura dell’impiegato nella letteratura dell’Ottocento

Durante il XIX secolo anche la letteratura si interessa alla figura dell’impiegato, soprattutto in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, paesi in cui più alto è il grado di urbanizzazione e quindi più numerosi sono i lavoratori degli uffici. La narrativa ottocentesca ha raccontato soprattutto storie di anonimi impiegati, dalla vita grigia e monotona, ligi al dovere e rispettosi delle gerarchie, che lavorano in ambienti squallidi, a contatto con colleghi indifferenti o malevoli.

L’attenzione dei diversi autori si concentra, solitamente, su tre aspetti:

  • il lavoro che gli impiegati svolgono e i suoi effetti sul carattere e sulla personalità, come la smania di fare carriera o l’alienazione causata da compiti ripetitivi;
  • l’atmosfera di rigida oppressione che regna negli uffici;
  • il lato “umano” dell’attività lavorativa, in cui vengono svelati gli odi, le gelosie e gli altri sentimenti legati ai rapporti interpersonali che nascono sul posto di lavoro.

Uno dei primi a comprendere l’importanza della nuova professione di impiegato è lo scrittore francese Honoré de Balzac. Impiegati e contabili sono una presenza ricorrente anche negli scritti dell’inglese Charles Dickens. Più in generale, la narrativa ottocentesca ci ha lasciato alcune figure di impiegati talmente famose da indicare per antonomasia la professione: lo scrivano Bartleby, che nell’omonimo racconto dell’americano Herman Melville rifiuta improvvisamente, e senza alcuna spiegazione, di svolgere i compiti a lui assegnati dal datore di lavoro; i due copisti Bouvard e Pécuchet, che, nel romanzo incompiuto del francese Gustave Flaubert a loro intitolato, dopo aver tentato invano di cambiare vita sperimentando le attività più diverse, decidono di tornare al loro lavoro di copisti.

I “colletto bianchi”

Nel Novecento, con l’avvento della società di massa gli impiegati diventano figure cardine in Europa. Anche in questo settore, come nell’industria, si verifica una progressiva specializzazione: se prima è prassi comune che un impiegato svolge compiti molto diversi tra loro, durante il XX secolo i vari ruoli all’interno degli uffici iniziano a richiedere differenti competenze e a essere suddivisi in modo molto più netto. Nei decenni centrali del secolo le condizioni degli impiegati migliorano sensibilmente, tanto che l’espressione “colletti bianchi” è usata per indicare quelle categorie lavorative che svolgono attività meno usuranti e meglio retribuite rispetto agli operai. Il lavoro d’ufficio è considerato più prestigioso rispetto a quello nell’industria e nell’agricoltura e molti giovani sognano di lavorare in banca, nella pubblica amministrazione o all’interno di grandi aziende. Da un punto di vista sociale, gli impiegati si identificano sempre di più con il “ceto medio”, contrapponendosi ad altre categorie lavorative. Un episodio emblematico, che testimonia la frattura tra impiegati e movimento operaio, è la famosa “marcia dei quarantamila”, tenutasi a Torino il 14 ottobre 1980, nella quale impiegati e quadri della FIAT manifestano contro lo sciopero che gli operai portano avanti da oltre un mese per evitare licenziamenti e cassa integrazione, consentendo all’azienda di chiudere un accordo sindacale in pochi giorni.

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