La struttura di questo romanzo è semplice, assai simile a quella di un saggio, al quale si avvicina molto per il suo procedimento dimostrativo. E’ costituito da otto libri, ciascuno dei quali viene suddiviso in capitoletti che, coi loro brevi sottotitoli, collegano il procedimento ragionativo e quasi ne fanno una sintesi.

La tranquilla esistenza del protagonista Vitangelo Moscarda, chiamato affettuosamente Gengè dalla consorte, agiato borghese, viene sconvolta un giorno dalla moglie, che gli fa osservare che il suo naso pende un po’ a destra. Guardandosi allo specchio, egli si accorge così per la prima volta della sua imperfezione. Da questo momento il protagonista si abbandona a una serie di considerazioni inquietanti: egli non si vede come lo vedono gli altri, e gli altri vedono in lui cose che egli ignora; anzi, le immagini che gli altri hanno di lui sono “centomila”, ed egli non si riconosce in nessuna di esse. Vitangelo Moscarda è insieme “uno” e “centomila” e anche, dato che non è possibile definire in modo univoco la sua identità, “nessuno”. Anche lui, come Mattia Pascal, si ribella, ma in maniera più aggressiva e con azioni sconcertanti. Cerca di cancellare la propria immagine pubblica di figlio inetto di un banchiere e usuraio: si introduce nella banca, fra lo sgomento degli impiegati e dei soci e, nonostante l’opposizione del suo amministratore Quantorzo, esige di occuparsi direttamente degli affari e dei beni che gli spettano. Regala un appartamento a un certo Marco di Dio e compie azioni tali da indurre la moglie e i soci a considerarlo pazzo e a volerlo interdire. Con l’aiuto di Annarosa, amica della moglie, si accorda col vescovo per donare i propri beni a opere di carità. Un giorno, mentre Vitangelo tenta di abbracciare Anna Rosa, viene colpito da un colpo di pistola sparato dalla donna, che lo ferisce gravemente. Una nuova maschera si posa sul volto di Moscarda, quella dell’amante adultero. La donna è accusata di tentato omicidio; al processo Moscarda la scagiona attribuendo l’accaduto al caso. Egli decide quindi di andare a vivere in un ospizio per poveri, sorto grazie alla sua donazione, dove vivere, diventato finalmente “nessuno”, come una pianta, le nuvole e il vento, tutto immerso nel fluire vitale della natura.

Come Mattia Pascal, anche Moscarda di ribella all’identità che gli altri gli hanno attribuito: non si riconosce nel proprio corpo, non accetta l’opinione che la moglie ha di lui, rifiuta l’accusa di usuraio che il paese gli ha rivolto, si sottrae alla potestà paterna e a quella dell’amministratore dei suoi beni. Ma, mentre Mattia Pascal tenta la propria affermazione cercando di approfittare di un caso fortuito, Vitangelo Moscarda si fa protagonista attivo e consapevole della propria liberazione, scopre la vita autentica attraverso la rinuncia al desiderio di essere “uno per tutti” e l’auto esclusione dalla società, che gli consente di rifiutare ogni forma e di abbandonarsi al fluire della vita universale. In questa mancanza di un’identità consiste l’esito positivo della ricerca, che fa di Moscarda il capofila di un’umanità nuova che si affermerà in altri personaggi della creazione pirandelliana.

Pirandello si affida a una lingua, che riduce la distanza fra lo scritto e il parlato; la sintassi è agile, varia, ricca di esclamazioni e di interrogativi, che evidenziano le caratteristiche grottesche dei personaggi e delle situazioni. Queste caratteristiche sintattiche e lessicali, unite a frequenti dialoghi, monologhi, discussioni con un interlocutore immaginario che viene perfino introdotto nella vicenda come personaggio vero e proprio, conferiscono a questo romanzo, forse più degli altri, uno stile teatrale.

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