D’Annunzio, reso cieco all’occhio destro nel gennaio del 1916 in seguito a un incidente di volo, è costretto a rimanere a letto bendato per settimane, onde evitare la cecità completa. In questo periodo di convalescenza scrive quest’opera in circa diecimila striscioline di carta, che la figlia Renata, con amorevole pazienza, decifrò e trascrisse.

Il materiale, rielaborato e arricchito con altri preesistente e successivo, viene pubblicato nel 1921, una sorta di diario che comprende meditazioni e ricordi affiorati alla mente del poeta convalescente. Il titolo dell’opera vuol essere un richiamo ala situazione di cecità, di buio in cui prende l’avvio l’opera suddivisa in tre parti denominate “Offerte”, forse con riferimento alle offerte votive per propiziarsi una pronta guarigione. A queste segue un’annotazione finale, in cui D’Annunzio chiarisce ai lettori le circostanze di composizione e i temi dell’opera.

I tipici temi dannunziani cedono qui il passo a un atteggiamento quasi mistico che privilegia i temi della memoria, dei ricordi, della madre morta e dei compagni d’arme caduti in guerra, dello scavo introspettivo e dell’autoanalisi.

Lo stile dell’opera riflette l’idea di una realtà conoscibile per via simbolica sotto forma di trasfigurazione della vita inconscia; per questo alla descrizione sono preferiti suggestione e richiamo allusivo, all’artificiosità estetizzante l’ispirazione mistica. Le pagine sono composte quindi in alta prosa lirica, fatta di periodi brevi e spezzati, paratattici, in cui spesso è assente il verbo; questi frammenti rendono lo stile impressionistico, essenziale, ricco di suggestioni appena accennate, di sensazioni acustiche e tattili e di allucinazioni che sembrano tradurre le visioni di una mente alterata dalla malattia. La continuità è data solo dalla libera associazione di immagini che mescolano presente e passato.

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