Giovanni Verga – Mastro-don Gesualdo

L’elaborazione del romanzo è lunga e complessa: la prima stesura si conclude nel 1884 e l’opera esce a puntate sulla “Nuova Antologia” nel 1888; l’edizione definitiva, modificata nella lingua e nella struttura, è pubblicata in volume a Milano nel novembre 1889.

Gesualdo Motta, un modesto muratore, è un accanito lavoratore dai sentimenti semplici ed elementari. Grazie alla sua intelligenza pratica e alla sua totale dedizione al lavoro, riesce ad accumulare una fortuna. Egli ama, riamato, la sua fedele serva Diodata, ma, per elevarsi socialmente, accetta di sposare Bianca Trao, discendente di una famiglia nobile decaduta. Il suo tentativo di inserirsi nell’aristocrazia locale, però, si rivela un fallimento, come quello di farsi amare dalla moglie e dalla figlia Isabella, frutto, corse, di una precedente relazione di Bianca con il cugino Ninì Rubiera. Non solo è disprezzato dai Trao per le sue umili origini, ma è odiato anche dal padre e dai suoi fratelli, gelosi della sua fortuna. Più tardi, durante i moti del 1848, i nobili del paese, che considerano Gesualdo un “parvenu”, mobilitano il popolo contro di lui, che a stento riesce a sottrarsi all’ira della folla. Isabella, innamorata di un cugino povero, fugge con lui, ma è costretta a un matrimonio riparatore con il duca di Leyra, nobile squattrinato, interessato solo alla ricca dote della giovane. I due vanno a vivere a Palermo, nel palazzo della duca, e Gesualdo, rimasto vedovo, vecchio e malato, si trasferisce da loro. Emarginato da tutti, muore solo assistendo allo sperpero che il genero e la figlia fanno dei suoi beni, dimenticato da tutti, tranne che dalla fedele Diodata.

Mastro-don Gesualdo si fonda su due grandi momenti narrativi: nel primo viene descritto il tentativo di ascesa economica e sociale di Gesualdo che, dovendo affrontare e superare difficili prove, appare quasi un eroe; nel secondo viene tratteggiato il suo declino e la sua sconfitta sul piano affettivo ed esistenziale. Egli muore consapevole di essere odiato da tutti, dai nobili, dai borghesi, dai popolani e anche dai propri familiari. Con la vicenda dell’umile mastro, che si è arricchito ed è diventato don, cioè un proprietario terriero invidiato e temuto ma sconfitto negli affetti, Verga ribadisce il fallimento di ogni tentativo di riscatto sociale.

Rispetto ai Malavoglia, l’autore adotta tecniche narrative diverse:

  • il canone dell’impersonalità viene talvolta disatteso in Mastro-don Gesualdo, perciò non sempre si manifesta l’eclissi dell’autore; questo accade quando l’autore, sentendosi vicino al narratore, non rinuncia a commentare e a giudicare le vicende del racconto;
  • l’artificiosità dello straniamento e quello della regressione scompaiono perché il narratore non deve più adattarsi al livello sociale basso dei Malavoglia. Nel Mastro-don Gesualdo, in conformità con l’ambiente borghese-aristocratico che fa da sfondo alla vicenda, il narratore coincide talvolta con l’autore stesso, cioè con Verga;
  • viene meno anche la coralità che caratterizza I Malavoglia, dove il discorso diretto o il discorso indiretto libero danno voce ai personaggi di un’intera comunità; nel Mastro-don Gesualdo il discorso indiretto libero mette in rilievo piuttosto il punto di vista di Gesualdo o degli altri singoli personaggi, presi nella loro individualità; la medesima finalità è raggiunta con l’ampio ricorso a dialoghi incalzanti, attraverso i quali i personaggi si affrontano spesso con aggressività;
  • la narrazione è caratterizzata da una sintassi fatta di periodi perlopiù brevi e incisivi, e da un linguaggio essenziale dai tratti lirici che tradiscono la mano dell’autore.
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