L’Ermetismo

La principale corrente poetica italiana del periodo tra le due guerre è l’Ermetismo, che raccoglie attorno a sé un gruppo di poeti appartenenti soprattutto all’area della cultura fiorentina e attivi tra il 1933 e il 1942 nell’ambiente delle riviste “Il Frontespizio” e “Campo di Marte”. Il termine “Ermetismo” si deve al critico Francesco Flora, che nel 1936 pubblica un saggio, nel quale polemizza contro la poesia italiana dell’epoca, da lui giudicata oscura e di difficile comprensione. Per definire questi autori Flpra utilizza, in modo ironico e dispregiativo, la parola “ermetici”, con cui intende riferirsi a Ermete Trismegisto, versione greco-romana del dio egizio Thot che, secondo il mito, ha composto alcuni testi di argomento filosofico-religioso in un linguaggio volutamente inaccessibile tranne a pochi iniziati. Come già era accaduto con il termine “Decadentismo”, dopo il saggio di Flora gli “ermetici” si riconoscono in quella definizione, che condensa i tratti distintivi della nuova corrente poetica, e la rivendicano orgogliosamente.

L’Ermetismo affonda le sue radici nella poesia simbolista, da cui viene ripreso l’uso di simboli e analogie come strumenti per interpretare e conoscere la realtà; ma da un punto di vista stilistico e formale, gli ermetici guardano con attenzione anche all’opera del primo Ungaretti e al suo processo di “scavo” della parola, di ricerca della sua essenzialità, per fare uno strumento capace di raggiungere le radici più profonde e misteriose dell’essere. Da questi due modelli derivano delle scelte:

  • la preferenza per il nesso lirico-musicale rispetto a quello logico-sintattico;
  • la ricerca di significati segreti e misteriosi attraverso il frequente ricorso a simboli e analogie;
  • l’uso di un linguaggio in cui la parola poetica deve essere evocativa e allusiva;
  • il ricorso a un duplice registro linguistico: da un lato vocaboli comuni caricati di significati simbolici e analogici; dall’altro termini ricercati e preziosi che rendono il testo ancora più oscuro;
  • una sintassi rarefatta e frammentata: ottenuta attraverso l’abolizione della punteggiatura, delle preposizioni articolate e dell’articolo, per conferire valore assoluto alle parole.

La poesia “metafisica”

In alternativa al recupero del valore “puro” della parola, la poesia metafisica si propone di individuare nell’esperienza reale i segni di una verità più profonda, attraverso due fondamentali princìpi di poetica:

  • il correlativo oggettivo: l’attribuzione agli oggetti di un valore rappresentativo di emozioni o pensieri, tipico soprattutto della poesia di Eliot e della “poetica dell’oggetto” di Montale;
  • il recupero della tradizione letteraria e culturale del passato e la scelta come modelli di autori in cui è presente una tensione verso una realtà superiore, come Dante e gli stilnovisti o i poeti inglesi del primo Seicento.

L’americano Ezra Pound accoglie nella sua poesia suggestioni provenienti dalle esperienze culturali più diverse, influenzato in questo dal movimento dell’Imagismo, che esalta la centralità dell’immagine e promuove la conciliazione tra le strutture poetiche tradizionali e le acquisizioni formali delle Avanguardie. Accanto all’interesse per la poesia francese e italiana, Pound guarda alla lirica giapponese come a un modello per una poesia fatta di immagini precise ed essenziali. La sua aspirazione a una poesia “complessiva” è espressa nei 109 componimenti, che, sul modello della Commedia dantesca, mirano a fornire una sintesi del sapere contemporaneo, con aperture anche verso temi tradizionalmente estranei alla poesia, come la riflessione su argomenti di natura economica e il rifiuto della mentalità borghese, a cui gli oppone la nostalgia per l’arte del passato.

L’esperienza di Pound influenza, tra gli altri, l’inglese William Butler Yeats, premio Nobel per la letteratura nel 1923.

L’Imagismo e l’opera di Pound sono determinanti anche per Thomas Stearns Eliot, probabilmente il più grande poeta inglese del Novecento. Nelle sue opere, i materiali poetici si affiancano a quelli antropologici e mitologici, mentre gli elementi sperimentali, si combinano con strutture formali classiche. Interprete delle inquietudini del suo tempo, Eliot mostra l’immagine cupa di un’umanità smarrita in un’epoca caratterizzata dalla perdita di certezze e dal vuoto di ideali.

Il realismo magico

Oltre a Massimo Bontempelli tra gli autori che sono influenzati dal realismo magico, occorre ricordare Alberto Savinio, scrittore di notevole eleganza stilistica, ironico e paradossale, e soprattutto Tommaso Landolfi, autore di storie visionarie, spesso venate da un umorismo macabro e surreale.

Ma il principale esponente del “realismo magico” è Dino Buzzati. Giornalista e scrittore, già autore di due romanzi e poi di numerosi racconti spesso inquietanti per le atmosfere misteriose.

Eugenio Montale – La vita

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia benestante. A causa della salute cagionevole, il giovane Eugenio compie studi irregolari, diplomandosi ragioniere nel 1915, ma dedicandosi con passione alla letteratura. Nell’autunno del 1917 si arruola volontario e combatte in Trentino, prima a Vallarsa e poi nella zona di Rovereto. Finita la guerra, torna a Genova e nel 1920, a Monterosso, conosce la giovanissima Anna Degli Uberti che, col nome di Arletta, è una delle donne ispiratrici della sua poesia.

Nel 1925 Piero Gobetti pubblica “Ossi di seppia”, la sua prima raccolta poetica. Nello stesso anno firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce, prendendo le distanze dal fascismo. Sempre nel 1925 conosce Italo Avevo; Montale contribuisce a far conoscere l’opera dello scrittore triestino. Dopo aver conosciuto il poeta americano Ezra Pound e il poeta inglese Thomas Stearns Eliot, Montale si interessa alla letteratura inglese, impegnandosi anche nell’attività di traduttore.

Nel 1927 si trasferisce a Firenze, dove, nel 1929, ottiene la direzione del Gabinetto Vieusseux, un prestigioso istituto culturale. Nella città toscana frequenta scrittori come Vittorini, Bonsanti e Gadda, collaboratori della rivista “Solaria”, alla cui redazione prende parte anche Montale. In questi anni ad avvicinare Montale a Dante contribuisce, oltre al critico Gianfranco Contini, anche la giovane studiosa americana di origine ebraica Irma Brandeis, conosciuta nel 1933 a Firenze, a cui Montale dedica, nel 1949, la sua seconda raccolta poetica, “Le occasioni”.

Nel 1938 viene rimosso dall’incarico di direttore del Gabinetto Vieusseux perché non iscritto al partito fascista. L’anno successivo Montale va a vivere con Drusilla Tanzi, detta Mosca, che sposa solo nel 1962. Nel periodo della seconda guerra mondiale rimane a Firenze, vivendo di traduzioni e di collaborazioni giornalistiche e accogliendo alcuni amici costretti alla clandestinità, come Carlo Levi e Umberto Saba. Dopo la liberazione della città, si iscrive al Partito d’azione e riceve un incarico culturale dal Comitato nazionale di liberazione, ma la sua esperienza politica è breve.

Nel 1948 si trasferisce a Milano, dove inizia la sua attività di redattore presso il “Corriere della Sera” e, dal 1954, quella di critico musicale per il “Corriere d’Informazione”; due anni dopo esce la sua terza raccolta e il libro di racconti. Nel 1963 resta vedovo e nel 1967 viene nominato senatore a vita. Nel 1975 gli viene conferito il premio Nobel per la Letteratura. Montale muore a Milano il 12 settembre 1981.

La poesia metafisica e la poetica degli oggetti

La ricerca del “varco”

In Montale sono sempre incessanti la ricerca di un “varco” verso l’essenza delle cose, una via di salvezza che liberi l’uomo dal senso di angoscia e impotenza, la speranza in un miracolo che sveli il significato dell’esistenza. Ogni sforzo, tuttavia, è destinato al fallimento. La parola diviene così uno strumento che serve al poeta per confrontarsi con il mondo attraverso l’osservazione di oggetti e paesaggi, nei quali è possibile scoprire quell’anello che non tiene che consente di travalicare, anche se solo per un breve momento, la normale condizione dell’uomo. Due sono gli elementi attraverso cui Montale tenta un contatto con una dimensione più autentica: la poetica degli oggetti e le figure femminili, sempre depositarie di un valore simbolico che trascende il dato biografico e reale.

Una poesia “metafisica”

Per Montale la poesia non è né una forma di confessione né uno strumento per indagare gli aspetti concreti della realtà, ma piuttosto una sorta di testimonianza con cui il poeta affida a un interlocutore le sue riflessioni sul disagio esistenziale dell’uomo. Diversamente dai simbolisti o da Ungaretti, la poesia non consente di aprire varchi su altre realtà, e tanto meno permette al poeta di riscoprire la sua identità in comunione con il resto del mondo o con la natura che appaiono svuotati di ogni significato.

La poetica degli oggetti e il correlativo oggettivo

Nella sua poesia Montale privilegia, piuttosto che le parole come suono puro, la concreta determinazione di fatti e di oggetti. La scelta di Montale è indirizzata agli elementi della realtà comune con la quale è quotidianamente a contatto, come il paesaggio aspro e assolato della Liguria. Oggetti, immagini e voci della natura sono per lui emblemi della condizione umana, soprattutto di quel “male di vivere” che nasce dalla mancanza di certezze e dalla negazione di ogni illusione. Nel tentativo di conoscere l’essenza delle cose, la poesia di Montale cerca di indagare il significato profondo dell’esistenza attraverso la concretezza degli oggetti. Si va quindi delineando una poetica degli oggetti, un modo cioè di esprimere la condizione esistenziale attraverso oggetti o elementi del paesaggio che la evocano.

Eugenio Montale – Ossi di seppia

Una prima edizione viene pubblicata nel 1925 a cura dell’intellettuale torinese Piero Gobetti e comprende liriche composte tra il 1916 e il 1924, di cui alcune già apparse in riviste e altre inedite. Nella seconda edizione del 1928 vengono aggiunge altre sei poesie. Nel 1931 esce la terza e definitiva edizione.

Il titolo allude sia alla condizione esistenziale sia al programma poetico di Montale:

  • come gli ossi di seppia vengono gettati sulla riva dalle onde del mare, così il poeta si sente sballottato dalle ondate dell’esistenza fino a “svanire a poco a poco”;
  • come il mare corrode, liscia e leviga con le sue onde gli ossi di seppia, così il poeta lima le sue liriche fino a ridurre all’essenziale.

Montale esprime il suo rifiuto della poesia aulica, retorica, quella dei “poeti laureati”, e la preferenza per un linguaggio colloquiale, essenziale, antilirico, anche se non privo di termini scelti, ricercati e precisi, aderente alla realtà.

E’ un’opera molto complessa, in cui è impossibile individuare un motivo principale. Ci sono però alcuni temi ed elementi che attraversano le varie sezioni della raccolta:

  • un profondo senso di negatività esistenziale, di mancanza di certezze, che rende il poeta capace di dire solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”; Montale condensa il suo messaggio non solo poetico, ma anche politico, la sua volontà di prendere la distanza dal fascismo;
  • una visione pessimistica dell’esistenza, che si riflette nelle immagini di morte e aridità presenti in molti componimenti;
  • il desiderio impossibile di recuperare il passato: attraverso suggestioni evocative, come l’immagine che ride in un secchio, il poeta si illude, ma solo per un momento si riuscire a far rivivere il ricordo di una persona cara e con esso la felicità perduta;
  • la ricerca di un “varco” che consente al poeta di fuggire dal dramma della condizione umana;
  • l’individuazione di oggetti concreti come emblema della condizione di sofferenza e alienazione dell’uomo.

La maggior parte delle liriche ha come sfondo il paesaggio ligure brullo e assolato, che nella poesia di Montale diviene metafora e correlativo oggettivo della negatività dell’esistenza. Nella natura riarsa dal sole il poeta coglie l’angoscia esistenziale dell’uomo e rimane come “sospeso”, in attesa di un evento miracoloso che gli permetta di scoprire il “varco” attraverso cui fuggire, anche solo per un attimo dal dramma del vivere.

Con la prima edizione la poetica montaliana passa da una giovanile adesione al Crepuscolarismo e alle Avanguardie espressionista, al superamento dei due maggiori poeti di inizio Novecento, Pascoli e D’Annunzio.

Eugenio Montale – Le occasioni

La raccolta comprende poesie scritte fra il 1928 e il 1939. Una prima edizione viene pubblicata presso Einaudi nel 1939 e contiene 50 poesie, a cui il poeta aggiunge altre quattro liriche nella seconda edizione del 1940. La sesta edizione, uscita nel 1949, reca la dedica “a I.B.”, iniziali di Irma Brandeis, l’ebrea americana amata dal poeta che le leggi razziali costringono a riparare in America.

L’opera si presenta con una prima poesie introduttiva cui seguono quattro sezioni senza titolo, eccetto la seconda, intitolata “Mottetti”. La prima sezione contiene 16 componimenti, in prevalenza brevi, ma alcuni di maggiore estensione, in cui il poeta si rivolge a due donne. Dominano questa sezione la dimensione memoriale, le riflessioni sul tempo che passa, che tenta di recuperare vaghe tracce di un passato ormai perduto. La seconda sezione è intitolata “Mottetti” perché le 20 brevi poesie presenti ripropongono la forma musicale propria del mottetto; vi sono elaborati i motivi dell’assenza, del distacco, della lontananza dell’amata e dell’attesa illusoria del suo ritorno. La terza sezione è costituita da un poemetto, che affronta il tema della poesia assediata dall’irrompere della violenza e dalla volgarità della storia. La quarta e ultima sezione, formata da 15 componimenti, è aperta da liriche di ampio respiro, in cui emerge il senso di inafferrabilità del ricordo dei momenti passati, ormai irripetibili.

Il titolo della raccolta allude alle “occasioni” da cui nasce la poesia: sono frammenti del passato, figure che riemergono dalla memoria, volti di donne amate, in grado di creare un contatto illusorio tra passato e presente. Sono situazioni concrete, connesse alla vita dell’autore, contingenti, anche minime, che sembrano accendere la vita di sfuggenti illuminazioni, frammenti di verità superiori che affiorano e subito svaniscono. L’occasione, però, può rivelarsi una delusione, spesso legata alla presa di coscienza che il trascorrere inesorabile del tempo annienta il passato e rivela l’essenza metafisica delle cose, che sta oltre il dato sensibile e che rappresenta la verità.

Da qui il desiderio del poeta di uscire dal tunnel tenebroso del presente e dal “non essere”, di abbattere la barriera della solitudine, di trovare il “varco”, la possibile salvezza, rappresenta molto spesso dalle figure femminili. Ma la speranza di un miracolo svanisce sempre più ed ecco certi sprazzi di dolorosa tristezza e un senso amaro di smarrimento e di angoscia di fronte alla disarmonia e al dolore esistenziale, che prelude alla “bufera” della guerra. La ricerca del “varco” è spesso legata alla figura di Clizia che, interlocutrice lontana, presente solo nel ricordo, nel corso della raccolta, si trasforma in donna angelo che soccorre il poeta di fronte alla tragedia della guerra imminente.

L’attenzione di Montale non è più rivolta alla riflessione sulla condizione esistenziale, ma alla natura metafisica degli oggetti. Sono solo gli oggetti che, attraverso il loro significato simbolico, permettono di comprendere lo stato d’animo del poeta e illuminano l’occasione, non esplicitata, che ha fatto nascere la poesia. Questo si riflette anche in una diversità strutturale dei singoli componimenti.

Il ricorso all’analogia accentua il carattere oscuro di alcuni componimenti che possono essere accostati alla contemporanea esperienza del gruppo fiorentino dei poeti ermetici.

La difficoltà di lettura si traduce, sul piano formale, in una nuova densità e concentrazione espressive. Il linguaggio colloquiale lascia il posto a uno stile più complesso: è evidente il modello dantesco nell’uso di una poesia allegorica. Da un punto di vista metrico si assiste al predominio dell’endecasillabo e del settenario, coerentemente con l’impronta classicista nel recupero della tradizione letteraria italiana.